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La “pittura della musica” di Alzek
Misheff. Problemi di definizione statutaria
di Paolo Bolpagni
Procedendo a un’indagine storica intorno al tema delle
relazioni fra musica e pittura, è possibile pervenire a
una sommaria classificazione delle diverse modalità
d’interferenza disciplinare, la cui necessaria
schematicità sembra un inevitabile scotto da pagare in
nome dell’esigenza di una sistemazione critica e – per
così dire – scientifica dei tanto eterogenei risultati
rilevabili in sede di produzione artistica e riflessione
estetologica.
D’altro canto, se dalla pura elaborazione tassonomica
dei semplici dati si passa al livello della valutazione
teorico-statutaria, tutta una serie di quesiti e
considerazioni si affaccia con vivacità a schiantare i
coscienziosi vincoli della diacronia. Per esempio, si
osserva come l’apparentemente vetusto retaggio
wagneriano dell’“unità delle arti” e della tensione
verso un utopistico Gesamtkunstwerk, passato attraverso
le suggestioni simboliste e la stagione delle
avanguardie storiche (si pensi al primo Kandinskij
astratto e al suo rapporto con Schönberg), riemerga
insospettabilmente negli anni sessanta e settanta del
Novecento, quando esplode il fenomeno della
intermedialità e, sotto l’insegna delle esperienze
dadaisteggianti di happening e performance, si afferma
un’ulteriore accezione di “opera totale”; la quale
perdura fino ai tempi odierni, dando vita a varî
(sotto)generi costituzionalmente improntati
all’ibridazione e allo sconfinamento disciplinare
(l’installazione, il video...), di solidissima fortuna e
diffusione, oltreché di notevole consapevolezza
metalinguistica (non è certo un caso che “Fluxus”, il
movimento artistico che forse contribuì maggiormente
alla diffusione e fortuna di tali pratiche di
contaminazione, abbia in John Cage e La Monte Young,
entrambi compositori, i proprî autentici auctores).
Il fenomeno, indubitabile sintomo, di per se stesso, di
vitalità creativa e inesauribile inventiva
autogenerante, è stato letto, però, anche in termini
negativi, soprattutto da chi ha posto l’accento sul
rischio di una sovraesposizione dei soggetti che sarebbe
insito in operazioni di questa sorta. In effetti, sembra
a taluni che a una proficua reciprocità d’interferenze e
connessioni tra manifestazioni espressive diverse
(pittura, musica, teatro, danza etc.), storicamente
riconducibile a una conoscenza complessa e ampia del
proprio statuto semiologico da parte del singolo autore,
si sia via via sostituita una dannosa indifferenza e una
sostanziale arbitrarietà delle trasposizioni. Altrimenti
detto, affiorerebbe sovente la fondata impressione che
la giusta e dovuta rivendicazione della contiguità
interdisciplinare abbia finito per trascurare o ignorare
che il dialogo tra i rispettivi linguaggî implica
l’esistenza di un centro in e di ciascuno di essi, e
che, in assenza di distinzioni e confini, sia
impossibile costruire un’autentica relazione di scambio.
Quando Clement Greenberg scriveva, in un articolo
dedicato alla Modernist Painting apparso nel 1963 sul
quarto numero di «Art Yearbook», che «ogni arte deve
determinare, attraverso le operazioni che le sono
proprie, l’effetto che le appartiene esclusivamente»,
alludeva proprio a tale ordine di questioni e
difficoltà, e si riallacciava, forse, a quella lunga
tradizione critica che, avviata nell’Ottocento da
Matthew Arnold, propugnava una netta separazione –
definita con accurata casistica – delle varie forme
d’espressione estetica, teorizzandone l’organica e
completa realizzazione solo nella misura in cui ciascuna
determini la propria specificità, la sua essenza
irriducibile, insomma, per dirla con la Rosalind Krauss
di Passages, «la caratteristica che distingue
radicalmente, per esempio, la pittura dalla musica o la
musica dalla poesia». In maniera non troppo dissimile,
in fin dei conti, dall’idea adorniana di una possibile
convergenza tra pittura e musica, attuata senza che
alcuno dei due media abdichi al rispettivo elemento o
presupposto immanente, tramutandosi nell’altro quasi per
pseudomorfosi, bensì attraverso il rovesciamento
dialettico del principio che li informa.
A questo punto, però, credo che sia opportuno tornare
ancóra un po’ sul piano dell’inchiesta storica (benché
non disgiunta da un intendimento sanamente ermeneutico),
al fine d’inquadrare meglio gli elementi del problema.
Si accennava, prima, all’utilità di un ipotetico studio
comparativo e sistematico dei nessi e rapporti
intercorsi tra pittura e musica sin dalle origini dei
relativi idiomi; va precisato, tuttavia, che,
all’interno di una tale prospettiva d’indagine, numerose
e diverse sono le tipologie d’approccio definibili e
praticabili. La chiave di lettura più interessante e
feconda è, a mio giudizio, quella inerente alle analogie
strutturali e procedurali, che Jolanda Nigro Covre ha
ben illustrato nel suo volume sull’astrattismo
(Astrattismo. Temi e forme dell’astrazione nelle
avanguardie europee, Federico Motta Editore, Milano
2002). Paul Klee, in un’ottica del genere, è figura
affatto centrale e determinante, proprio per il suo
tentativo di porre le basi di un confronto non costruito
sul terreno sdrucciolevole ed estrinseco delle
reciproche “trasposizioni”, bensì fondato sulla messa a
frutto dei vicendevoli influssi potenzialmente esistenti
fra tecniche musicali e pittoriche.
Sotto questo aspetto, non va ignorata la natura
paradigmatica, di riferimento complessivo, assunta, fin
dal suo apparire nel 1766, dal Laocoonte di Lessing, con
la sua celebre distinzione fra arti dello spazio
(pittura, scultura, architettura) e arti del tempo
(musica e poesia). Una larga parte delle innumerevoli
manifestazioni interdisciplinari che si sono succedute a
cominciare dal primo Romanticismo, da Runge in poi, trae
spunto, in maniera più o meno diretta, dalla volontà di
confutare l’asserto estetico del pensatore tedesco. Non
occorre ch’io metta in risalto l’eccezionale ricchezza,
vitalità e valore di simili esperienze, che arrivarono
addirittura a costituire, nei decennî a cavallo tra la
fioritura dell’epoca simbolista e la fase germinativa
delle avanguardie storiche (alludo in particolare
all’astrattismo, ma non solo), uno dei più importanti –
se non il principale – tra i Leitmotiven o fils rouges
della ricerca artistica linguisticamente più avanzata:
dalla tensione verso il fantomatico Gesamtkunstwerk
d’impronta wagneriana, nelle sue molteplici
declinazioni, all’aspirazione della pittura a
raggiungere l’immaterialità, la non-referenzialità
oggettiva della musica.
Sono questi, del resto, anche gli anni in cui tornano in
auge, pur con presupposti differenti, le antiche tabelle
di corrispondenze tra suoni e colori, i varî “organi a
colori” o “pianoforti luminosi” comparsi parallelamente
tra la Germania, la Russia e l’area anglosassone, in una
sorta di revival delle stramberie tardo-manieriste e
barocche da Kunst- und Wunderkammern che erano culminate
nella costruzione del famoso “clavecin oculaire” di
padre Castel. Né si contentò, questa voga associativa
dedita alla più superficiale delle accezioni di
sinestesia, di restar limitata al rango delle curiosità,
dei “fenomeni” e degli esperimenti, ma volle invece,
talvolta, farsi sistema e metodo assoluto di una mutua
trasponibilità tra valori musicali e cromatici (o
comunque visivi), quando non ammantarsi di una pretesa
scientificità. Kandinskij ebbe, in tutto ciò, una
responsabilità non esigua, col porre in relazione
biunivoca, nel suo saggio Sullo spirituale nell’arte,
colori e timbri strumentali, mentre Skrjabin si spingeva
a teorizzare (e praticare) una corrispondenza delle note
con i toni cromatici dello spettro.
Su questa via, non poteva esserci – e difatti non vi fu
– reale approfondimento e arricchimento delle
potenzialità espressive dei rispettivi linguaggî e
media; l’ostacolo, evidentemente, consisteva non solo e
non tanto nella sovraesposizione dei soggetti, quanto
nello sradicamento degli statuti. Nella palese
arbitrarietà delle interferenze disciplinari, si perdeva
di vista lo specimen della pittura, come della musica o
della poesia, snaturando il senso e i tratti peculiari e
irrinunciabili delle loro identità.
Nondimeno, anche esperienze improntate alla gratuità
impressionistica delle somiglianze accidentali o
apparenti, concepite all’insegna di un’inconsistente e
vacua poeticità, che tradiva deliberatamente la fýsis
degli idiomi artistici d’origine senza dar vita ad
alcunché di compiuto e originale (penso, per esempio, ai
pressoché coevi progetti “optofonetici” di Raoul
Hausmann e di Vladimir Baranoff-Rossiné), riacquistano
un significato e una giustificazione a livello storico
se interpretati alla stregua di pionieristici precedenti
di quella sorprendente ripresa e riproposta dell’antica
tradizione della Farbenmusik o Color Music – variamente
declinata in chiave tecnologica, misticheggiante o
percettologica – cui si assistette a partire dagli anni
sessanta del Novecento. Come non lèggere nel Lumia di
Thomas Wilfred (giusto per citare un altro stravagante
“antenato”, di cui osservare le folkloristiche bizzarrie
con l’atteggiamento indulgente e bonario che si riserva
al ricordo di uno zio bislacco e genialoide) almeno un
germe, se non un archetipo, degli “ambienti sonori” di
Bruce Nauman e degli environments di La Monte Young e
Marian Zazeela, delle escatologie psichedeliche
dell’Expanded Cinema di Gene Youngblood come delle
realizzazioni di Paul Sharits, dei video di Bill Viola e
dei Vasulka o degli spazî eterei e iridescenti di James
Turrel? Tutte importanti e suggestive espressioni,
queste, dell’intermedialità cui s’accennava all’inizio,
ossia di una vasta e fortunata progenie di nuove forme e
linguaggî artistici nati per scissione, ibridazione e
innesto dai tradizionali, ovvero scaturiti per via
tecnica dall’avvento dei procedimenti meccanici e poi
digitali di registrazione sonora e visiva.
La “pittura della musica” di Alzek Misheff s’inserisce
in un tale contesto con la forza e la problematicità di
un caso di non facile classificazione, d’ardua ermeneusi
per la totalmente inedita tipologia (per)formativa e la
conseguente assenza di categorie e strumenti di
decodifica preordinati e consolidati, insomma di già
sperimentata efficacia. In sostanza, l’artista
italo-bulgaro è andato sviluppando, nel corso di varî
lustri, un modo per “musicare i dipinti” nell’atto
stesso della loro concreta realizzazione.
Particolarmente attento, già negli anni settanta,
all’applicazione dei ritrovati tecnologici
all’elaborazione dei suoni, dal 2000 Misheff si serve di
un controller a raggi infrarossi alquanto simile,
nell’aspetto esteriore, alla comune bacchetta di un
direttore d’orchestra, il “Lightning II” prodotto da
“Buchla and Associates”. Il primo fondamentale trapasso
teorico e applicativo consistette nel collegare
quest’elemento-interfaccia a un pianoforte a coda
modificato, il “Disklavier” o “Welte-Mignon”, utilizzato
dai grandi virtuosi per “memorizzare” la dinamica dei
movimenti delle proprie dita sulla tastiera, e poter
così sentire e “vedere” a posteriori l’esatta
riproposizione delle loro performances musicali (è in
base a tale congegno – che consente di registrare non i
suoni, ma gli spostamenti dei martelletti e dei pedali
necessarî a generarli – che accade talvolta, sulle navi
o negli alberghi di lusso, di ascoltare studî e fantasie
di difficoltà trascendentale magicamente interpretati da
un invisibile maestro, che parrebbe dar l’impressione
d’essere il fantasma di Liszt!). Misheff, dunque,
connettendo la sua bacchetta-controller a un
“Disklavier”, riesce a metterne in funzione e comandarne
a distanza la meccanica non “in differita”, sotto forma
di replicazione automatica di un’usuale esecuzione
pianistica, bensì in tempo reale: in ciò sta la novità e
il succo della sua invenzione. Sicché, in conformità e
relazione a qualsiasi minimo spostamento del “Lighting
II” (procurato dal moto del corpo, del braccio e della
mano che lo impugna) sugli assi x e y di un ideale
sistema cartesiano, sono azionati i tasti – e quindi
percosse le corde attraverso i martelletti – dello
strumento. Come se avesse di fronte a sé una tastiera
virtuale, “suonata” dai tocchi della bacchetta piuttosto
che dalla pressione delle dita, al performer è dato in
tal maniera di produrre suoni (senza entrare
materialmente in contatto con il “Disklavier”) in esatta
concomitanza con ogni suo atto e cenno, muovendo il
“Lightning II” secondo un ben preciso vocabolario di
gesti, ora lenti e fluidi, ora bruschi e rapidi, che
determinano di volta in volta note di diversa durata,
intensità e altezza, staccate o legate, con la
possibilità anche di premere a distanza i pedali del
pianoforte.
Già in questo stadio iniziale del percorso ideativo di
Misheff, numerose e complesse sono le questioni che si
affacciano sotto un profilo concettuale, investendo i
campi tanto della semiologia e dell’estetica, quanto
della psico- e sociologia (al cui proposito, è persino
scontato por mente alla figura del direttore d’orchestra
quale è analizzata da Canetti in Masse und Macht e da
Adorno nella Einleitung in die Musiksoziologie). Cerco
di spiegarmi: colui che adopera il “Lightning II” può
creare articolazioni melodiche e armoniche mediante uno
strumento musicale; non necessariamente, però, gli
occorre essere in possesso di speciali competenze e
abilità che abbiano a che vedere con il virtuosismo
“digitale” che in genere si richiede a un interprete;
all’estremo, egli può addirittura saper assai poco di
note e tecnica pianistica (non è il caso di Misheff,
beninteso). Eppure suona; e – ciò che è davvero
straniante – lo fa avvalendosi di quell’oggetto, la
bacchetta, che d’abitudine connota la presenza e l’aura
del direttore; che è tale, e suscita nello spettatore la
fascinazione del demiurgo, come nell’orchestrale la ben
nota dialettica hegeliana di padrone e servo, proprio
perché sta in piedi e volge le spalle a un pubblico
silenzioso e immobile (atteggiamento che gli conferisce,
secondo Adorno, la paradigmatica «mancanza di rapporti e
di affetto nei riguardi degli ammiratori che Freud in
Massenpsychologie und Ich-Analyse ha posto tra gli
elementi costitutivi dell’immagine del capo»), ma
soprattutto per il fatto di tenere in mano quell’esile
verga – mirabilmente atta a impartire comandi, al cui
sollevarsi l’intera sala ammutolisce ubbidiente e
sottomessa – che lo esime dalla grossolana materialità
del tirare l’arco o del soffiare in un bocchino.
Il discorso di Misheff, però, va ben al di là di codesto
aspetto, già di per sé così significativo nella sua
irrisolta configurazione e valenza: ciò che a lui preme
è operare una fusione, una sintesi di musica e pittura
nella quale i due media di riferimento apportino a
vicenda il contributo della propria specificità, senza
aspirare alla condizione dell’altro e ambire a imitare o
simularne le note distintive e statutarie. Egli è
chiaramente cosciente che, per stabilire qualsivoglia
relazione di carattere morfologico e normativo – non
tralasciando, del resto, il messaggio – tra forme
artistiche diverse, specialmente qualora uno dei termini
sia rappresentato dalla musica, è necessario che
ciascuna abbia un suo fulcro, una sicura e riconoscibile
individualità linguistica sul fondamento istituire il
confronto e compiere l’incontro. Ed è quanto avviene,
appunto, nella nuova modalità di espressione e
comunicazione a valenza estetica inaugurata da Misheff.
Il passo successivo all’interfaccia fra il “Lightning
II” e il “Disklavier” consta, infatti, nella semplice
apposizione delle setole di un pennello, o in ogni caso
di una materia tracciante, alla “bacchetta sonora” del
direttore-esecutore, che così assume in sé anche le
prerogative del pittore. Il protagonista dell’azione
creatrice, quindi, produce contemporaneamente, con il
medesimo gesto, suoni e segni, che perciò risultano
associati e connessi in maniera reciproca da questa
comune scaturigine. Pur tuttavia, la pittura rimane
pittura e la musica musica: non v’è agio per ambigue
miscidanze e ibridi optofonetici in alcun modo
apparentabili alle astruserie da parco dei divertimenti
dei varî Castel, Skrjabin o László. I due media
coinvolti si rafforzano e avvantaggiano reciprocamente
giusto nella misura in cui ciascuno conserva le proprie
peculiarità, e non cerca invano di mimare o riprodurre
le qualità, gli attributi e le proprietà dell’altro: non
si assiste a tentativi di spazializzare il tempo o
temporalizzare lo spazio, di perseguire in àmbito visivo
l’immaterialità della sfera acustica o viceversa. In
tale prospettiva, i ragionamenti processuali del Misheff
degli anni settanta sono completamente superati, per
quanto alcune trovate ingegnose e interessanti spunti
riscontrabili in lavori dell’epoca (alludo, per esempio,
all’inserimento di un microfono nella pennellessa da
imbianchino utilizzata nel 1976 per realizzare una
“sequenza-diagramma” su quaranta metri di asfalto
davanti alla Galleria “Bocchi” di Milano) non siano
certo da reputare sterili e scevri di ripercussioni.
Piuttosto, vi sarebbe da riflettere sulla condizione
effettivamente paritetica della pittura e della musica
nelle esperienze performative dell’artista
italo-bulgaro: a una considerazione superficiale
parrebbe che sia pur sempre la prima a determinare la
seconda, cioè il movimento del pennello-bacchetta sulla
tela a suscitare le melodie e armonie sul pianoforte,
che dunque potrebbero leggersi quale mera “colonna
sonora” e “accompagnamento” (in fin dei conti
estrinseco) rispetto all’atto cardinale del tracciar
segni o stendere colori. In realtà, la simultanea e
consustanziale matrice dello spostarsi e roteare della
mano che regge l’ancipite “Lighting II” modificato
conferisce analogo peso e rilievo – pratico e
concettuale – ai due fattori dell’azione artistica,
intimamente congiunti in una corrispondenza biunivoca in
base a cui l’esecutore pone in essere, hic et nunc, la
musica di quel preciso quadro, ovvero il quadro di
quella precisa musica. Al che concorre evidentemente
(attestando altresì la fondatezza di un tale asserto) il
totale dominio del mezzo maturato da Misheff nell’arco
di una decina d’anni tramite l’assidua pratica del
suonare-dipingere, sfociante in una sorta di embodiment
della bacchetta, che diviene mera estensione della mente
creatrice dell’autore. Il quale può così esercitare un
controllo intero e onnicomprensivo sull’esito della
performance (sicché è il “tema” o “titolo” prescelto a
monte a generare la procedura), da cui è bandita,
quindi, quasi ogni traccia di aleatorietà, poiché il
gesto scaturisce dal cervello come originatore non di
segno e poi, conseguentemente, di suono, o viceversa,
bensì di segno-suono o suono-segno.
Perciò, non si tratta più, come in Klee, Kandinskij,
Neugeboren o Veronesi, di trasposizione grafica o
visualizzazione cromatica di contrappunti bachiani o
sinfonie di Beethoven, e nemmeno – in senso opposto,
eppure ancóra affine e congruente – di traduzione
dell’atto pittorico in concatenarsi e succedersi di note
e ritmi, quanto, invece, di generazione contestuale
dell’immagine-musica, della “fono-figura”.
Interessante, poi, è la volontà di Misheff di orientare
il risultato complessivo della sua operazione verso
manifestazioni perlopiù “melodiche” e “iconiche”, cioè
ascrivibili a una forma definibile come esteticamente
“classica”, alla ricerca di quella “libertà nella
costrizione” che costituisce uno degli elementi fondanti
della sua poetica, di cui la tipologia e strutturazione
stessa della “pittura della musica” (o “musica della
pittura”) si alimenta e sostanzia.
Certamente, i problemi sollevati da questa inedita e
scompaginante prassi artistica sono avvincenti e
sfaccettati, e meritevoli di ulteriori e più
approfondite riflessioni; ciò ch’è indubbio e assodato,
in ogni caso, è l’assoluto stupore che conquista lo
spettatore dinanzi alle irripetibili e uniche
performances di Misheff, durante le quali vediamo
nascere dal nulla segni e suoni (“quadri di musica”,
come li chiama l’autore), ma soprattutto delinearsi gli
elementi di una nuova modalità espressiva che da
entrambi trae corpo, contenuto ed essenza, e nella
formidabile carica teatrale e mimica, provvidamente
testimoniata dal video (che in fondo ne tradisce la
natura estemporanea, consentendone l’infinita
riproducibilità e replicazione) trova il suo compimento
e suggello, mentre sulla tela lascia il proprio deposito
e sedimento.
luglio/ottobre 2007
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LA “FONOFIGURA” E’
IL PENNELLO DEL PITTORE CHE MUOVE IL TASTO VOLUTO
DEL PIANOFORTE
Lasciamo ad altri virtuosi le strategie,
imboscate, l’arte "intenzionale".
Li sono stato.
La “fonofigura” è quanto più lontano per sostanza
dalle manipolazioni appartenenti al cinema, alla
fotografia e alla virtualità.
Nella “fonofigura” i quattro elementi, musica,
pittura, teatro e video sono davvero
indissolubili, nessuno precede l’altro e ad opera
finita, nessuno può manipolare nulla, nemmeno io
stesso.
Ma nell’atto dell’azione tra di loro si uniscono
per imitazione e somiglianza (Aristotele) nel
concorso del copiare dal vivo il soggetto davanti
l’esecutore.
Sono opere per chi è stanco di quelle eleganti
impostazioni “dushampiane” di quasi cent anni fa,
per chi è curioso di condividere il rischio del
fare e si augura la riuscita.
LA DIFFICOLTA' NELL'ESECUZIONE
La storia racconta che nella Grecia la bravura del
pittore si misurava non nella figura, ma nel chi
riesce a tracciare la linea più sottile.
La sensibilità della mano, il dominio del mezzo e
di tutto il resto. Armonia.
In questo senso considero la “fonofigura”come una
specie di en plain air “ortodossio”: dal vivo,
copiando, con la mano, sulla tela; fortissimi,
medi o pianissimi i martelletti sulle
corde...improvvisamente si riconosce la
somiglianza e la melodia...
“EN PLAIN AIR”
E' giunta l'ora.
In una di queste notti d'agosto
l'uniforme è d'obbligo
sulla cima di una collina
il grande pianoforte con quel poco di luce delle
stelle:
dipingere suonando le stelle degli uomini
le sagome curve
ghirlande che seguono il terreno
e in mezzo appena più illuminata
la chiesa o la torre medievale
paesaggio marchio notturno
identità inconfondibile
per sacerdoti
viandanti poeti
e abitanti del paese.
Acqui, 10 agosto 2008
PERCORSO DELLA FONOFIGURA DI ALZEK MISHEFF
1975 Durante la mostra e performance presso la
Galleria Bocchi a Milano,
sull’asfalto, per una trentina di metri l’artista
dipinge-suonando con un
grosso pennello con dentro inserito un microfono:
è il gesto che genera
l’immagine e suono (rumore allora).
1997 “Ritratto sonoro dal vivo di Pierre Restany”
(Galleria Mudima, Milano)
2000 “Concerto con immersione" ( Biennale di
achitettura , L'Arsenale)
2004 “Human technology (Triennale di Milano)
2005 “Concerto per violini-telefonini e
fonofigura" (PAC di Milano)
2007 “Ritratto sonoro di Beuys” (52 Biennale di
Venezia, Thetis)
2007 “Swimming Across The Atlantic 25 anni dopo”
(Museo d’arte
Contemporanea Villa Croce/ Museo del Mare, Genova)
2008 “Alzek Misheff for Kafka”-fonofigura,
(Bolognano III International
Forum)
2008 “Sanctvs Guido Aqvensis” (Chiostro della
Canonica della Cattedrale,
Acqui)
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